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PAVANA, Il romanzo
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30

Quell’autunno era cresciuta in grande abbondanza una varietà di grano semiselvatico, “rustico”, in termine tecnico.
Veniva su a folti ciuffi alti una settantina di centimetri, pieni di spighe sanissime e piuttosto facili da raccogliere.
Era un grano povero di glutine, inadatto per fare la pasta secca, in parte lo macinammo ed utilizzammo la farina per dolci e sformati di verdure, ma molto era avanzato.
Pensai di farne della birra, mi procurai certi lieviti ingegnerizzati, tramite i contatti che ancora conservavo con la facoltà di biologia. Carlo costruì, seguendo le mie indicazioni, un fermentatore, lui che aveva un vero genio per questo genere di cose.
Il risultato, una volta filtrato ed imbottigliato, fu una birra chiara e molto leggera, ma che sapevo non si sarebbe conservata a lungo. Piacque molto a Bruno.
Bruno non avrebbe dovuto bere, credo che, in gioventù, ne avesse abusato. Fece eccezione per il mio prodotto, davvero poco alcolico ma dissetante.
Fu sufficiente per farlo parlare, di solito era piuttosto silenzioso, con la sua giacca di panno alla moda di molti anni prima ed i pochi capelli ancora biondicci.
Mi raccontò di quelle che chiamava le battaglie della sua gioventù. Sedevamo ad un tavolino nel grande androne silenzioso, come due clienti rimasti in un locale dopo l’ora di chiusura.
«Io sono la memoria -mi disse- Ma la mia memoria non è più quella di una volta. E’ una memoria fatta di sogni.
Lo guardavo. Non credevo possibile che si ubriacasse con così poco. La gi dolce sembrava uscirgli con difficoltà, rendendo evidente che la lingua in cui parlava non era quella sua originaria. Di solito si avvertiva appena.
«Una volta -proseguì- era tutto diverso. Non uguale solo... Diverso. Un’altra cosa.
Ma non riusciva a spiegare cosa esattamente fosse diverso, e diverso da cosa. Non ce n’era bisogno.
Arrivo Rosa e lo fece alzare, aiutata da Teresa.
«Vieni -gli disse- Ti porto a letto. E aggiunse qualcosa in un tedesco molto chiuso che non riuscii a capire.
Sorrideva. Avevano un’aria molto tenera. Mi scappò di salutarli con un “Buonanotte, nonno”.
Rosetta si girò verso di me.
«Non prenderlo in giro -mi disse- Lo sai che capiterà anche a te, qualcosa di simile.
Risposi che era quello che speravo. Però cominciavo ad avere qualche dubbio. Sorrise. Mi lasciarono solo.
Bevvi quello che era rimasto della birra di grano. Mi ci sarebbe voluto qualcosa di più forte.


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31

La mia stanza nella foresteria, vicino al capanno degli attrezzi, era diventata molto accogliente. Piano piano, senza quasi volerlo, l’avevo fatta mia.
C’erano libri che avevo preso dalla biblioteca di famiglia ed altri che avevo acquistato personalmente. C’era una mensola piena di strani oggetti che avevo raccolto qua e la... Pezzi di legno dalla forma curiosa, levigati come se fossero stati gettati dal mare sulla spiaggia. Esuvie di cicala e grossi coleotteri in scatoline di vetro, cose così.
In un angolo una vecchia cyclette che usavo quando il cattivo tempo rischiava di indurmi alla pigrizia e, in quello opposto, il computer. Una sorta di accesso ad un mondo in cui le persone non avevano volto ma solo un nome o una firma.
E, naturalmente, c’era il letto, solo una rete con sopra un materasso, tra la rete ed il materasso una tavola di compensato. Spartano e duro, ma abbastanza largo per due.
«Se vuoi andartene davvero -stava dicendo Pavana- ti aspetterò. Posso farlo. Questo ti costringerà a tornare.
«Davvero? -Le risposi- Faresti questo per me? E, se mi perdessi e non trovassi più la strada per tornare?
«Non lo farai, sapendo che ti aspetto. Magari non tornerai solo e avrai poco tempo per me, ma non importa. Quando lei troverà un altro tornerai da me.
La guardai negli occhi, da pochi centimetri di distanza. Parlava sul serio.
«E se avessi già trovato un’altra? -Sorrisi un po’ misterioso. O almeno pensai di averlo fatto- Che diresti? Magari ho già pronta una sorpresa per te...
Mi diede un doloroso pizzico.
«Saresti uno stronzo -disse- Nessuno fa cose alle mie spalle. E tu meno di tutti gli altri.
Le dissi, sogghignando un po’, che mi pareva che non le fosse dispiaciuto, avermi avuto alle sue spalle, qualche minuto prima. Rise.
«In senso metaforico. Scemo.
Sembrava che tra noi non ci fosse mai stato alcun problema.
Il mondo, il giardino, non esistevano più, le finestre erano diventate opache. Il cono di luce della lampada ci isolava, ora, al centro di un’ipotetica, indefinita scena.
Il gocciolio proveniente da una grondaia sembrava un orologio che scandisse il tempo, ma era un tempo irregolare. Un tempo al di fuori del tempo.


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32

Credo che, la maggior parte della gente, non sia realmente capace di fare progetti a lunga scadenza. Anche se è convinta di farne.
Desidera che le cose vadano in un certo modo, piuttosto che in un altro e, di volta in volta, fa le scelte che gli sembrano più appropriate per raggiungere i suoi scopi, ma, quali saranno le scelte tra cui sarà chiamato ad optare, lo sa solo quando gli si parano davanti.
Per il resto del tempo aspetta. Questo è quello che vale per me, in ogni caso. Prendo sentieri che, al loro inizio, mi sembrano portare nella direzione giusta, in una delle tante possibili giuste direzioni, e li seguo, senza voltarmi indietro, lungo le loro imprevedibili svolte. Poi guardo il paesaggio fino al successivo bivio significativo.
Se nessuna delle direzioni proposte dal bivio sembra essere più o meno favorevole dell’altra, tiro metaforicamente una moneta, altrimenti imbocco con decisione quella che mi sembra la direzione giusta.
Il caso, in tutto questo, ha un’importanza preponderante.
Talvolta riconsiderò le scelte che ho fatto in passato alla luce di quanto so adesso. Ma è un ragionare ozioso che occupa la mia mente solo quando non la occupa qualcosa di realmente importante.
Mi aspetto, alla fine, se non di ottenere quello che mi sono fortemente ripromesso di ottenere, quantomeno di avvicinarmici.
Di trovarmi nella regione che desideravo esplorare, sperando che sia davvero il paese in cui voglio vivere. Se un luogo simile davvero esiste.
Basta comunque un incidente imprevisto, un fiume privo di ponti, una belva acquattata in mezzo alla via, per portarmi in tutt’altri posti, dove ricomincio a girovagare, cercando di risolvere i problemi di sopravvivenza che mi si pongono momento per momento.
Esplorando un mondo molto diverso da quello in cui avevo pensato, o desiderato, di passare la mia esistenza, e consapevole che un qualsiasi accidente potrà di nuovo, in modo più o meno brusco, ma sempre inaspettato, portarmi altrove.


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33

La prima cosa che sentii fu una voce amplificata. La pubblicità di uno spettacolo, o forse la macchina di un robivecchi, ma, anche se non riuscivo a capire le parole, parevano rabbiose, poi delle urla proveniente dal cancello.
Arrivò Carlo di corsa.
«Ci attaccano -gridò- E c’è qualcuno di noi fuori!
Corremmo nel capanno degli attrezzi, Carlo afferrò una spranga di ferro, io aprii un cassetto e tirai fuori la pistola, controllai rapidamente che fosse carica e tolsi la sicura.
Uscendo vidi, con la coda dell’occhio, Erminia che portava dentro i bambini. Altri stavano sbarrando le finestre.
«Prestò -gridava Pavana- presto!
Corsi sul sottile strato di neve che era caduto nella notte. Il cancello principale era chiuso, al di là si intravedeva una folla di cui non riuscivo a valutare la consistenza.
Aprii la porta più piccola qualche metro a lato della cancellata. Fuori la neve si era già trasformata in fango, pensai che dovevo stare molto attento a non scivolare.
Una macchina, proprio come quella dei robivecchi, con due altoparlanti sul tettuccio, vomitava insulti, qualcuno correva.
La piccola folla di spettatori davanti al cancello mi vide, o vide la mia pistola, e si disperse. Qualcuno si gettò a terra nel fango gelato, coprendosi la testa con le mani. Automobilisti imbottigliati dalla sommossa suonavano disperatamente i clacson.
«Metti via quell’attrezzo -mi gridò una voce che individuai come quella di Fermo. Non capii a cosa alludesse, non ero cosciente dell’arma che impugnavo, era come fosse solo un’estensione della mia mano. Con la coda dell’occhio vidi che Carlo aveva indossato il casco da motociclista.
In mezzo al viale spiccava un gruppo di una ventina di persone vestite uguali, con pesanti giacconi borchiati e le teste uniformemente rasate. Sembravano teppisti da stadio e, probabilmente, era quello che erano.
Raggruppati in falange facevano dei gesti sincroni con le braccia che parevano parte di una coreografia.
Un passo davanti a loro due si erano staccati, meno giovani degli altri, a prima vista, e tenevano ferma una donna per le braccia. Un terzo uscì dal gruppo impugnando una mazza e la colpì, di punta, usando la mazza come se fosse una spada.
Corsi verso di loro. In un attimo fui a pochi passi, come se mi fossi teletrasportato, gridai che si fermassero.
I due che tenevano la donna per le braccia la lasciarono, il terzo sollevò quella che ora riconobbi per una mazza da baseball, malamente verniciata di bianco, e la colpì con forza, sulla testa.
Sparai, l’uomo alzò nuovamente il bastone, su cui ora spiccava una vistosa chiazza rossa, e venne verso di me, sparai di nuovo, cadde in ginocchio, poi faccia a terra e prese ad agitare scompostamente le braccia, facendo dei brevi versi acutissimi, o almeno pensai che fosse lui a farli.
Corsi verso la donna, intorno si era fatto il vuoto, aveva la testa piena di sangue. Indossava dei jeans che le erano calati fino ai fianchi. Non si muoveva.
Era Felicia.


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34

Il parlatorio era verniciato di un ripugnante color senape sporco, con una vernice spessa e lucida che ricordava quella navale. C’era un bancone di legno inciso da graffiti millenari e due sedie.
«Uscirai presto, -disse Pavana- Se non oggi stesso, domani.
Io evitavo di guardarla negli occhi, però avevo notato che si era truccata in modo abbastanza vistoso, da ragazza del gangster, forse.
Recitava la sua parte, come sempre, ma c’era qualcosa di incongruo, questa volta. Uno sforzo evidente di essere quella che aveva deciso di essere.
«Com’è possibile -le chiesi- non sono stato interrogato da nessuno. Non ho neanche parlato con l’avvocato.
«L’avvocato dice che non ci sarà alcun processo. Prosciolto in istruttoria per legittima difesa. Non hanno tempo per casi come il tuo, non c’è posto nelle carceri e non sprecano inutilmente il tempo dei giudici.
In effetti quella in cui ero non sembrava una prigione, piuttosto una caserma.
«E l’uomo che ha ucciso Felicia? -Domandai.
«E’ morto -Improvvisamente capii che si sforzava di trattenere le lacrime- Non si processano i morti. Caso chiuso.
«Pavana... Quando uscirò, non venite. Che non venga nessuno. -Mi tese la mano e poggiai la mia sulla sua- Voglio restare solo per un poco. E... -Continuai- Sentiti libera.
«Va bene, ma tu, tu torna comunque, quando ti sentirai pronto. A fare -la voce le si incrinò- Il giardiniere. Il parco ha bisogno di te.
Annuii. Non c’era altro da dire. Non provavo nulla se non i sentimenti riflessi da lei. Qualcosa aveva inghiottito tutte le mie possibili emozioni.


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35

L’uomo aveva un basco ed un uniforme di un colore che non avevo mai visto prima. Verde acqua, mi parve. Ben rasato e con i capelli cortissimi. Un tipo virile, anche se il colore dell’uniforme dava un che di frivolo al suo aspetto, però si intonava con quello dei suoi occhi, tanto forzatamente freddi da apparire vacui, ma forse si trattava di lenti a contatto colorate.
«Vorrei farti una proposta -esordì. Mi accinsi ad ascoltarlo- Abbiamo bisogno di gente come te. Vorremmo che ti arruolassi in un corpo speciale.
«Nell’esercito? -Chiesi perplesso.
«No -rispose- Non è l’esercito. Dipendiamo dal ministero degli interni, non dalla difesa. Più una polizia, ma non siamo la polizia. Intelligence, sicurezza... Sappiamo abbastanza di te, sei il tipo adatto.
«Quali sono le alternative? -Cominciavo a sentirmi preoccupato.
«Non sei obbligato a nulla -mi tranquillizzò- Sei libero. Dev’essere una tua scelta. Quello che ti offriamo è molto, non solo un lavoro ed uno stipendio. Farai parte di un progetto. Sarà come entrare in una famiglia.
A quelle parole fui costretto a trattenere la voglia di ridere. Una specie di reazione isterica, indubbiamente.
«No -risposi- Non sono il tipo. E se ho sparato una volta non vuol dire che sia disposto a farlo ancora.
Annuì.
«Tu non ce l’hai più, una famiglia. Non ti vorranno indietro, quelli. Niente contro di loro, beninteso. Sono pacifisti, utopisti. Innocui. Tu gli faresti un favore contribuendo a rendere il mondo più stabile, solo se non crollerà tutto potranno continuare a fare... Beh, a fare quello che fanno.
Aspettò una reazione da parte mia, che però non venne.
«Avevo il dovere di provarci -concluse.
Aprì un cassetto della sua scrivania e ne tirò fuori una busta di plastica. Dentro si vedevano i miei documenti, delle chiavi e pochi altri oggetti che avevo con me al momento dell’arresto.
E la pistola. Fui molto sorpreso dal fatto che mi venisse resa. Si erano limitati a sequestrare i proiettili, mi disse, perché non avevo l’autorizzazione a girare con una pistola carica.
Quattro proiettili. Dei sette che conteneva il caricatore ricordavo di averne sparati solo due, evidentemente qualcosa si era cancellato dalla mia memoria, meglio così.
La misi nella tasca della giacca. Pesava.
Mi salutò militarmente. Non ci stringemmo la mano.


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36

Il muro esterno della caserma, che per pochi giorni era stata la mia prigione, sembrava verniciato di fresco, probabilmente anche lì erano comparse delle scritte, come ce n’erano sui muri bugnati delle case ottocentesche tra cui era incastonata. Scritte incomprensibili in nero o in rosso, stratificate nel tempo.
Evidentemente l’esercito, o qualunque corpo militare utilizzasse quella caserma, aveva molta forza lavoro da tenere occupata. Ed era tenace.
C’era poca gente in giro, faceva freddo. Riconobbi Carlo sulla moto, con il casco sotto braccio, lo salutai con un gesto e mi avviai nella direzione che mi più allontanava da lui. Non si mosse, capiva.
Avevo pochi soldi in tasca e nessun’idea di dove andare. Poche idee in generale, solo qualcuna a proposito di dove non vovevo andare.
Il locale dove ero solito passare la sera con Gimny non era lontano, ci arrivai in una decina di minuti, senza quasi rendermi conto che stavo andando proprio là. Lo trovai chiuso, d’altra parte era mattina.
C’erano tracce scure di fuoco sui muri intorno all’ingresso, anche se non sembrava essere bruciato internamente. Contrastavano con forza con il candore della neve caduta di fresco e non ancora trasformatasi in fango.
Non faceva freddo, sarebbe successo nelle prossime ore e il cielo minacciava piuttosto pioggia che nuova neve.
Le auto correvano, approfittando dell’insolita scarsità di traffico. Pochi i negozi aperti, forse era domenica, ma non mi pareva. Nel vasto androne di uno di questi negozi chiusi, delle persone dormivano, coperte di cartoni. Accanto a loro numerose bottiglie vuote.
Salii su di un autobus malridotto, l’unico che avessi visto passare. Non avevo biglietti ma non mi preoccupai troppo. Le macchine distributrici alla fermata erano state sventrate da tempo, per recuperare i pochi spicci che dovevano aver contenuto. E l’autobus andava proprio verso il posto in cui, improvvisamente, avevo capito di voler andare.
Secondo le indicazioni, su di una scheda imbrattata di pennarelli e incastonata dietro il vetro che proteggeva l’autista, avrebbe dovuto penetrare in quello che era noto come il “quartiere ghetto”, invece si fermò poco prima di arrivarvi.
Lungo il percorso avevo visto la città svegliarsi pigramente, o forse avevamo solo attraversato quartieri un po’ più attivi.
Qua e la gruppi di persone spalavano la poca neve, sembravano militarizzati, ma non avevo riconosciuto alcuna uniforme. Doveva esserci stato un qualche tipo di ristrutturazione nelle forze armate del paese.
I pochi passeggeri, saliti e poi scesi dall’autobus, erano stati tutti stranieri, ma nessuno che sembrasse un turista.
Alla fine ero rimasto solo io, seduto nel posto immediatamente dietro la porta centrale.
Attraversai il viadotto che avevo visto diverse volte, in televisione, presidiato da mezzi blindati. Tra il di qua e l’al di là sembrava non esserci alcuna differenza. Solo i monconi di due case crollate a fare da quinte alla fine del viadotto.
Anche quelle due case mi erano ben note, pur non essendo mai stato lì.
Passai il resto della breve giornata invernale a vagare senza alcuna meta. Non sapevo esattamente cosa mi fossi aspettato di trovare. La gente, assurdamente infagottata per strada, era intenta ai suoi traffici, dei quali ben poco ero in grado di capire.
Forse sentivo che, i giorni passati nella forzata immobilità della prigione, andavano in qualche modo controbilanciati, così non mi fermavo mai, salvo che, una volta, per mangiare qualcosa in un bar.
Non avvertivo stanchezza, non parlavo con nessuno. Forse, inconsciamente, cercavo di avere l’aria di uno impegnato in qualche attività precisa, per non dare troppo nell’occhio, ma non è che, per la strada, mancassero gli oziosi.
Vidi un paio di locali che dovevano essere degli spacci di droga, ma, evidentemente, alla gente non era permesso di sostarvi all’interno, dopo aver effettuato l’ acquisto, così stazionavano davanti all’ingresso piccoli gruppi di drogati, più o meno coscienti, in un caso sdraiati su dei divani fradici.
Per fortuna, però, la pioggia quel giorno non era caduta, ma la fitta coperta di nuvole aveva abbreviato la già corta giornata invernale. Si fece buio e non si accese alcun lampione, solo qualche falò fumoso agli angoli delle strade principali.
Un vasto edificio malridotto era stato adibito a discoteca, ne uscivano dei ritmi da ballo che non riconoscevo. Persone robuste stazionavano tutt’intorno, avevano degli strani occhiali che riconobbi come dei visori notturni. All’ingresso, questi buttafuori futuristici, perquisivano chi entrava. Non mi andava di farmi mettere le mani addosso e così mi allontanai.
Entrai piuttosto in un vasto locale parecchio illuminato, senza insegne, e mi sedetti ad un tavolino.
Mi portarono qualcosa da mangiare senza che lo avessi chiesto. Ed una bottiglia da mezzo litro di un liquido incolore. Lo assaggiai e pareva alcol puro. Evitai di berlo e chiesi dell’acqua, mi guardarono strano ma mi portarono una mezza minerale già aperta.
Mi guardai intorno e mi resi conto che al di là di una fila di paraventi, doveva esserci un bordello. Ragazze, ed anche parecchi ragazzi, si prendevano una pausa ai tavolini, in quella che doveva essere un’ora un po’ morta, mostrando comunque di essere in vendita.
Alcuni erano davvero giovanissimi. Bevevano l’infernale liquore della casa mischiandolo parsimoniosamente con delle bibite gassate.
Un sottofondo sonoro, fatto di canzoni scialbe e sentimentali, illanguidiva l’atmosfera, o almeno si provava a farlo.


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37

Un tipo vestito di pelle, poco più giovane di me, si sedette al mio tavolino senza essere invitato. Non era male, aggraziato e molto sicuro di se, senza alcuna traccia di droga nello sguardo.
«Cosa cerchi esattamente in questo posto? -Mi chiese.
«Non sesso -gli risposi-
Avevo solo fame, si sorprese.
«Ti piace la roba che servono qui?
Non avevo nemmeno fatto caso a quello che avevo appena finito di mangiare. Patatine fritte, stufato di provenienza indefinibile e della cicoria ripassata in padella con molto aglio e peperoncino. Non mi era sembrato troppo male.
Gli spiegai che era la prima volta che capitavo lì, e non avevo nessun posto migliore dove andare.
«Sei nei guai? -Chiese- Ti cercano?
Non specificò chi potesse volermi cercare. Risposi di no. Ero solo un po’ sperduto.
«Puoi stare da me, stanotte -Offrì senza perdersi in ulteriori preamboli- Ho un appartamento all’ultimo piano. Qui affittano delle stanze, ma da me è più tranquillo. Ai piani più bassi è un po’ un casino...
Era una battuta, evidentemente. Sorrisi per compiacerlo.
«Ci credo -dissi. Riuscii anche a sorridere. Cominciavo finalmente a sentirmi rilassato.
Senza che me ne rendessi conto si era fatto parecchio tardi. Il locale era caldo e le fatiche della giornata si facevano sentire. Sbadigliai. Lo prese come un segnale e mi scortò di sopra.
La sua stanza era pulita, poco arredata e con solo qualche fronzolo qua e là. La stanza di uno studente, si sarebbe detto. C’erano persino dei libri.
Mi abbracciò da dietro e subito le sue mani sentirono quello che avevo nella tasca destra della giacca.
«Ah -disse- un pistolero! Tu non me l’hai raccontata giusta.
«E’ scarica. -Risposi- Io sono scarico, il mondo intero è scarico.
Non volle sapere altro. Si offrì di farmi un massaggio, gli sembravo ancora molto teso, anche se a me non pareva. Gli dissi che rischiava di farmi addormentare.
«Non importa, tanto tra un po’ devo tornare da basso. Lavoro.
E così fu. Era bravo. Finì per lasciarmi già in una sorta di dormiveglia. Persino mi rimboccò le coperte prima di andarsene. Era stato davvero carino.
La mattina dopo mi svegliai che dormiva accanto a me. Non riuscivo a ricordare se il mio sonno avesse avuto delle interruzioni o meno. Mi sentivo bene.
Sapevo che non avevo cominciato alcuna relazione, con quel tipo. Eppure era col mondo intero che stavo ricominciando a mettermi in relazione. Avevo attraversato un qualche tipo di soglia, da questo momento sarebbe stato tutto diverso.
Solo per un attimo ripensai a Pavana ed alla Famiglia. Auguravo loro che tutto andasse per il meglio. Il momento per sentire il dolore, per riflettere sulla morte di Felicia, e sulle mie eventuali responsabilità, sarebbe venuto più tardi. Il ragazzo accanto a me si svegliò.
«Come ti chiami? -Chiese
«Mi chiamo Luca -Risposi.


FINE



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Dopo una serie di appunti che mi sono stati fatti & recapitati ho pensato di aggiungere qualche precisazione. Diciamo una postfazione, vah...


Ecco, la storia è finita. Adesso anche voi, ipotetici futuri lettori di questo libro, avrete le vostre rimostranze da farmi.
Perché, quando ho terminato la prima stesura, sostanzialmente non molto diversa da questa, ne ho fatto leggere il testo ad amici e conoscenti per avere un parere. L’ho persino pub-blicata tra i post di un forum, su internet; anzi due. E tutti hanno avuto di che lamentarsi. Con forse una sola, lodevole, eccezione. Per tutti qualcosa mancava ed a tutti ho chiesto cosa.
Mi pareva di averci messo tutto. Ci sono l’amore ed il sesso, eterosessuale, omosessuale, di gruppo. C’è la natura, l’arte di coltivare le rose ad alberello e quella di coltivare i cavoli e, complessivamente, ciò che si può fare di un giardino con un po’ di fantasia.
Ci sono gli esperimenti sociologici, la crisi economica, i conflitti sociali fino alla rivolta. La trasformazione dei costumi. La preparazione artigianale della birra di grano.
C’è il dramma, la morte, il passaggio alla maturità attraverso la presa di coscienza della caducità della vita. C’è il degrado morale e le possibili alternative alla moralità corrente, commendevoli e meno. Ci sono un mucchio di personaggi con le loro disparate storie. Ce la storia di una bizzarra famiglia attraverso -beh, forse qui un po’ esagero- le generazioni.
Tutto in minime dosi e per accenni, naturalmente. Come nella novelle cousine. Altri, con lo stesso materiale, avrebbero forse riempito centinaia di pagine, io sono troppo pigro per farlo e mi piace la sintesi. Però pensavo di averci messo proprio tutto. Che cosa manca, allora?
Forse un gatto? Un gatto nero di incredibile intelligenza che si chiamava Taz, è scomparso, due anni e mezzo fa, in una notte d’estate e non mai più tornato. Un gatto brutto e piccolino ma adorabile, e dal fortissimo carattere. Però non ho ancora definitivamente elaborato il lutto e ancora si aggira come fantasma, nella mia casa e nella mia fantasia, troppo vivo ancora per lasciarsi fissare tra le pagine di una storia. A lui è dedicato questo romanzo e, se non c’è lui, altri gatti non possono essercene.
No, lo so bene che cosa manca: manca un finale. Quello che sto provando a scrivere proprio ora. Forse. Troppi personaggi restano in sospeso, cosa faranno mai adesso?
Eppure come sarebbe andata a finire l’ho raccontato, esattamente a metà del libro, con un brusco, momentaneo, e per taluni irritante, salto in avanti di trent’anni. Se cercate un finale il finale è quello.
«Ma sarai scemo? -Mi direte- Come ti viene in testa di mettere il finale a metà del libro? Corri a spostarlo dove deve stare!
Una volta, nello scrivere la sceneggiatura di un “corto” cinematografico, previdi che, in una storia che durava si e no venti minuti, i titoli di testa comparissero dopo cinque. Forse qualcosa di più.
Il regista si impose ed i titoli di testa furono rimessi all’inizio. Stavolta nessuno mi costringerà a venir meno al mio deviato senso delle proporzioni.
Quindi, se il finale vi manca, tornate indietro fino all’esatta metà di questa breve storia e rileggetevi quel capitolo.
Altri suggerimenti non posso darvene. Di gatti parlerò la prossima volta.


Nanni


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